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Sport

Donne nello sport, il grande furto di cognome e di personalità

Da Gennaro Bozza 03/09/2026

Tante atlete diventano “sconosciute” dopo il matrimonio, col nome cancellato o “raddoppiato” con quello del marito. Già nel 1979 Rino Tommasi, con l’appello “Evert for Ever”, rifiutava il cambiamento burocratico di generalità. Nel 1925, negli Stati Uniti, la giornalista Doris Fleischman fu la prima donna sposata americana a ricevere un passaporto ufficiale con il suo cognome da nubile. Nello sport si è rimasti a 101 anni fa

La parità fra uomini e donne nello sport è un argomento che, in generale, viene affrontato sotto il punto di vista economico, poi vengono gli altri aspetti, a cominciare dal tipo di contratto che preveda o meno un certo tipo di diritti, con la maternità che è l’esempio più eclatante di come si possa discriminare una donna. Poco alla volta, si sono fatti passi avanti, come il tentativo di equiparare, se non gli stipendi, almeno i premi dei tornei individuali. L’esempio migliore è quello del tennis, con la parità dei premi tra vincitori e vincitrici raggiunta a partire dai quattro tornei del Grande Slam (dal 1973 gli Open degli Stati Uniti, dal 2007 Wimbledon, Rolanda Garros e Australia), anche se restano alcune “sacche” di disparità in altri tornei minori. Per gli altri sport, c’è ancora tanto da fare.

 

Ma c’è un altro aspetto, non legato ai soldi e ai diritti personali, che merita di essere messo in risalto. Proprio perché non comporta una spesa maggiore o una redistribuzione di utili, ma riguarda soltanto diritti per così dire “astratti”, potrebbe essere risolto senza alcun problema, garantendo alle donne un principio di base che è sempre stato ignorato: il rispetto della loro “personalità individuale”. Ed è un aspetto di cui si fa fatica ad accorgersi per come viene dato per acquisito, scontato, un aspetto che viene più alla ribalta in alcuni sport, atletica e nuoto innanzitutto, ma che è comune a tutti. Diciamo che, soprattutto in questo periodo estivo, con la disputa di vari campionati continentali, il problema si ripropone, anche se nessuno ci fa caso.

Prima di presentarlo, però, conviene partire da alcuni dati che permetteranno di capire molto meglio quale sia la subdola mancanza di rispetto per le donne in atto da sempre e mai proposta all’attenzione.

E allora, cominciamo proprio con l’Atletica, con il racconto dei risultati di tre atlete dell’Ucraina fra gli anni Novanta e Duemila.

La prima si chiama Tarnopolskaya: oro sui 100 e 200, argento nella staffetta 4×400 agli Europei junior 1991; oro sui 60 agli Europei indoor 1992; bronzo sui 60 ai Mondiali indoor 1993; bronzo sui 100 all’European Cup 1993; oro sui 100 e 4×400 all’European Cup 1994.

La seconda si chiama Pintusevich: oro sui 100 e 200 agli Europei 1994; oro sui 200 e argento sui 100 ai Mondiali 1997; argento sui 100 e 200 ai Goodwill Games 1998; argento sui 200 agli Europei 1998; bronzo sui 200 alla Iaaf World Cup 1998.

La terza si chiama Block: oro sui 100 ai Mondiali 2001; oro sui 100 e 4×100 ai Goodwill Games 2001; oro sui 60 ai Mondiali indoor 2003; bronzo sui 100 ai Mondiali 2003.

E arriviamo al punto. Perché descrivere i risultati di queste tre atlete? Perché non sono tre atlete, ma è “una sola atleta”: Zhanna Tarnopolskaya, come da nascita, fino al 1994, quando sposa Igor Pintusevich-Babichev e diventa Zhanna Pintusevich (e meno male che non ha preso anche il secondo cognome del marito!), rimane per due anni con questo nuovo cognome e divorzia, ma continua a gareggiare come Pintusevich fino al 1999, quando sposa Mark Block e diventa Zhanna Block fino al 2003, ma il suo cognome non è ancora definitivo perché, dopo il ritiro dalle gare (con carriera sporcata dalla squalifica per doping che cancella le medaglie dei Mondiali outdoor e indoor 2003), arriva il quarto cognome, Pintusevich-Block, il più assurdo di tutti perché mette insieme i cognomi dei due mariti, quello da cui ha divorziato, Pintusevich, e quello con cui continua a essere sposata, Block. Ha una figlia, Anna, che come cognome ha solo Block, per sua fortuna.

Siamo così arrivati al punto fondamentale: perché una donna che pratica sport deve cambiare cognome quando si sposa? Se le leggi delle varie nazioni prevedono che la sposa assuma il cognome del marito, per tradizione giuridica, per motivi religiosi o di qualsiasi altro genere, questo è un tema controverso che suscita reazioni opposte. Ma, restando per il momento nel campo della vita sociale, è indubbio che il significato principale è quello di una sottomissione, sia pure soltanto “burocratica” quando va bene, della donna all’uomo. E tralasciamo le leggi, vecchie o ancora in vigore in certi Paesi, sui vari diritti, anche i più semplici, come avere la patente di guida, un proprio conto bancario e altre amenità del genere, per non essere costretti a scrivere una speciale Enciclopedia sullo specifico argomento.

Se il discorso sugli aspetti legislativi nelle varie nazioni è complesso, e comunque meritevole di approfondimento, quello sullo sport diventa paradossale per tanti aspetti. In comune, legge sociale e consuetudine sportiva, nel cambio di cognome della donna sposata, hanno una fondamentale caratteristica: la totale mancanza di rispetto per la personalità della donna.

Nello sport, è stato Rino Tommasi, nel 1979, a contestare apertamente il cambio di cognome, della statunitense Chris Evert nello specifico, ma anche come principio generale, dopo il matrimonio con John Lloyd. La Evert, già vincitrice di 8 tornei Slam, diventò Evert-Lloyd. Tommasi scrisse un articolo dal titolo “Evert for Ever” in cui sosteneva che non si doveva cambiare cognome per “non generare confusione tra gli appassionati e per evitare che la vita privata intaccasse l’identità agonistica e storica degli atleti”. Se la “confusione” negli albi d’oro (soprattutto quando non c’è il doppio cognome, ma solo quello del marito) potrebbe essere anche giudicata di minore entità nelle motivazioni del rifiuto al cambio di cognome, il rispetto della “identità agonistica e storica”, che è l’equivalente della “personalità” in generale nella vita sociale, è l’argomentazione fondamentale per lasciare alla donna il diritto al suo cognome, anzi, per cancellare anche solo l’ipotesi che ci sia la possibilità del cambio.

L’elenco delle atlete che hanno cambiato cognome totalmente, o associato quello del marito al proprio, è lungo, cerchiamo perciò di restringerlo limitandoci ai casi più conosciuti e a qualcuno meno famoso ma molto divertente. Restiamo per un momento nel tennis con qualche esempio del passato, per poi passare a esempi famosi di altri sport e infine all’attualità, con i telecronisti che si destreggiano tra cognomi semplici, cambiati, doppi, tripli, insomma un autentico festival del paradosso.

 

Così, nel tennis vanno ricordate: la statunitense Billie Jean Moffitt, 12 titoli del Grande Slam in singolare e 39 totali, più conosciuta come Billie Jean King, dopo il matrimonio nel 1965 con Larry King. Paradosso per Evert e King: negli albi d’oro ci sono ancora i loro cognomi “da sposate”, doppi o singoli, Evert-Lloyd e King, che non è mai stata indicata come Moffitt-King. Entrambe hanno poi divorziato e pare che nell’elenco delle vincitrici, adesso, sarà messo il loro cognome originario. Certo, per chi conosce solo Billie Jean Moffitt come King sarà difficile associarla alla grande campionessa, per cui ci sarà sempre bisogno di specificare, ulteriore danno causato da un modo di pensare che ha sempre danneggiato le donne.

E passiamo all’australiana Margaret Smith che vince 13 titoli di singolare negli Slam e poi diventa Smith Court (dopo il matrimonio con Barry Court) e poi solo Margaret Court, arrivando a 24 titoli in singolo e 64 in totale negli Slam. E poi l’australiana Evonne Goolagong che raddoppia il cognome dopo aver sposato Roger Cawley. La belga Justine Henin diventa Henin-Hardenne da sposata, ma quando divorzia torna Henin e basta.

 

Casi diversi per altre due campionesse del tennis. La spagnola Arantxa Sanchez Vicario non ha il doppio cognome per matrimonio, ma perché al suo di nascita, Sanchez, preso dal padre, ha voluto aggiungere quello della madre, Vicario, un bell’omaggio alla personalità femminile. E la ceka di orgine, poi naturalizzata statunitense, Martina Navratilova, era nata come Subertova, ma dopo il divorzio dei genitori biologici prese il nuovo cognome dal suo secondo padre e primo maestro di tennis, Miroslav Navratil. Cognomi multipli, invece, per la slovacca Jarmila Gajdosova, poi naturalizzata australiana, che nel 2009 sposa Samuel Groth e diventa Jarmila Groth. Divorzia nel 2011 e torna Gaidosova. Nel 2015 si risposa con Adam Wolfe e diventa Jarmila Wolfe. Quindi, nei tabelloni di gara c’è la sequenza Gajdosova, Groth, di nuovo Gajdosova e infine (per ora) Wolfe. Chiudiamo con il tennis ricordando una divertente telecronaca di Gian Piero Galeazzi che commentò un match dell’australiana Nicole Bradtke e disse che, nell’aspetto fisico, gli ricordava “la Provis”, semifinalista nel singolo a Parigi e nel doppio a Parigi, Wimbledon e Usa Open. Ma, guarda un po’, questa Nicole Bradtke era proprio Nicole Provis, che nel 1994 aveva sposato Mark Bradtke. Occhio di lince Galeazzi.

 

Non è da meno l’atletica, con una serie infinita di cognomi cambiati o “aumentati”, tanto che non basterebbe l’enciclopedia Treccani per ricordare tutte le donne protagoniste di questa cosiddetta “cultura” della superiorità maschile. La più conosciuta, probabilmente, è la campionessa polacca Irena Kirszenstein che nel 1967 sposò il suo allenatore Janusz Szewinski e diventò Szewinska. Come Kirszenstein aveva già vinto, all’Olimpiade di Tokyo 1964, un oro (4×100) e due argenti (200 e Lungo, oltre a 3 ori e un argento agli Europei di Budapest 1966, quindi era già un’atleta famosa, cambiare cognome o aggiungere quello del marito (veniva chiamata come Szewinska o Szewinska-Kirszenstein indifferentemente) era un affronto alla sua personalità di campionessa già affermata, il cui valore andava ben oltre quel periodo storico, basti pensare che è l’unica donna ad aver vinto medaglie olimpiche in 5 gare diverse (100, 200, 400, 4×100 e Lungo!). Ma, in quanto donna, era costretta a cambiare cognome da sposata. Sommo obbrobrio!

 

Passando ai tempi recenti, troviamo: la statunitense Florence Griffith (3 ori e 2 argenti olimpici nella velocità) con la “prolunga” Joyner dopo il matrimonio; la statunitense Jackie Joyner (3 ori, un argento e 2 bronzi olimpici in Eptathlon e Lungo) più Kersee; la tedesca Silke Gladisch (un argento olimpico e 3 ori mondiali nella velocità) più Moller; e quattro giamaicane della velocità, Merlene Ottey (3 argenti olimpici e 3 ori mondiali) che sposò Nat Page nel 1984, prese il doppio cognome, poi divorziò e tornò Ottey e basta; Veronica Campbell (3 ori olimpici e 3 mondiali) che diventa Campbell Brown; Shelly-Ann Fraser (3 ori olimpici e 10 mondiali), che sposa Jason Pryce e assume il chilometrico nome di Shelly-Ann Fraser Pryce; Elaine Thompson (5 ori olimpici), che sposa Derron Herah e prende il doppio cognome. Infine, per il passato, la tedesca Heike Daute (2 ori olimpici nel Lungo, altre medaglie nella velocità) che nessuno conosce come tale, ma è nota col cognome del marito, Drechsler.

 

Arriviamo ai giorni contemporanei e la situazione non cambia. La russa Mariya Kuchina (un oro olimpico e 3 mondiali nell’Alto) diventa Lasitskene dopo il matrimonio, cancellato totalmente il cognome Kuchina. Sempre nell’alto, c’era una volta l’australiana Nicola Lauren McDermott che è diventata Olyslagers, anche in questo caso il cognome originario è sparito. Nei 400 ostacoli la statunitense Sydney Michelle McLaughlin (4 ori olimpici e 5 mondiali, anche nella 4×400) diventa McLaughlin-Levrone dopo il matrimonio. La sua avversaria sugli ostacoli, l’olandese Femke Bol aggiunge Broeders al cognome. E la polacca Natalia Kaczmarek, quattrocentista, passa a Bukowiecka da maritata. E’ uno spettacolo ascoltare i telecronisti che le chiamano in tutti i modi possibili, col cognome nuovo, con il doppio, poi devono ricordare quello vecchio e via così. Ridicolo.

 

Esempi illustri arrivano dallo sci, a cominciare dalla campionessa più famosa, la statunitense Lindsey Vonn, nata Kildow, cognome con cui ha cominciato a gareggiare, per poi assumere quello del marito Thomas e mantenerlo anche dopo il divorzio! E ancora, la svizzera Lara Gut-Behrami, sposata col calciatore Valon Behrami; l’austriaca Anna Fenninger che diventa Veith e basta, dopo aver sposato Manuel Veith; la tedesca Christina Geiger che ora è solamente Ackermann, per il matrimonio con Marvin Ackermann.

 

A questo punto, è giusto dare spazio anche agli uomini, con un paio di casi eccezionali di atleti che hanno aggiunto il cognome della moglie al proprio o lo hanno cambiato completamente. Nel nuoto, Adam George Peaty (3 ori olimpici e 8 mondiali nella rana) nel 2025 sposa Holly Ramsay e prende il doppio cognome. Nel tennistavolo, lo svedese Mattias Karlsson, finalista mondiale nel singolo nel 2019, dal 2018 al 2026 si è chiamato Falck, cognome della moglie, ed è tornato Karlsson dopo il divorzio.

 

Ovviamente, è chiaro che qualche caso di uomo che prende il cognome della moglie non cambia la situazione generale. Il preponderante modo di pensare è chiaramente di stampo maschilista, con una cosiddetta “superiorità” dell’uomo che si traduce non solo in comportamenti e atteggiamenti, ma anche in “principio burocratico” che, se è già illogico e ingiusto nella vita sociale, diventa totalmente assurdo nello sport, con la necessità di “riconoscere” una atleta donna che ha perduto il suo cognome e ha dovuto assumerne uno nuovo, di un uomo, come se avesse perduto anche la sua personalità.

 

Forse, per rendersi conto pienamente di quanta strada sia stata fatta e di quanta, purtroppo, ne serva ancora, bisogna risalire a tanto tempo fa, negli Stati Uniti, e a due persone speciali che hanno avuto il coraggio e la forza di rivendicare i diritti di tutte le donne. Lucy Stone (1818–1893), attivista, è stata la prima donna a rifiutare pubblicamente di prendere il cognome del marito, con la motivazione che il proprio nome rappresentava la sua identità e non poteva essere cancellato dal matrimonio. Doris Fleischman (1891–1980), giornalista e attivista, è stata la prima donna sposata americana, nel 1925, a ricevere un passaporto ufficiale con il suo cognome da nubile.

Da quel primo passaporto col cognome originario, da donna libera, sono passati 101 anni. Non è possibile che nello sport si sia rimasti a quel 1925.

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Nota sull’autore: Gennaro Bozza

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