Ieri, spirava un gran vento. Raffiche sostenute, in grado di spazzare il cielo dalle nubi e restituirlo di un azzurro acceso, almeno a sprazzi. L’avevo interpretato come un buon segno in chiave Bosnia-Italia ma, poi, leggo di una notizia: l’ennesima indagine a orologeria e con metodi hollywoodiani della procura milanese, i veri depositari del potere in città checché ne dicano da Palazzo Marino, in merito alla vendita di San Siro a Milan e Inter. “Turbativa d’asta”, “Favoreggiamento verso privati” e una chat incriminata datata 2019. Strabuzzo gli occhi e un pensiero mi assale: vuoi vedere che ci scappa un’altra serata da tregenda? Una serata non azzurra ma “blu notte”?
Nel giorno in cui la Nazionale si gioca disperatamente l’accesso ad un Mondiale a 48, lo riscrivo anche in lettere per rendere meglio il concetto “quarantotto”, squadre, il Paese dei mille campanili, dell’immobilismo e della retorica che tratta il calcio, i suo protagonisti e i tifosi con snobismo e alla stregua di capricciosi personaggi in cerca solo di affari, decide di dar prova ancora una volta delle sue manie di protagonismo. Nella mia testa, il dado era tratto. Il limite invalicabile era già oltrepassato.
A dire la verità, il pass mondiale l’avevamo già stracciato malamente fin dalla gestione dei convocati. Silvio Baldini, CT dell’U21, non convoca Kayode, titolare fisso in Premier League col Brentford, pensando che venisse chiamato da Gattuso in Nazionale maggiore. Gattuso pensa, tuttavia, che l’ex Fiorentina venga convocato dagli Azzurrini e non lo considera tra i papabili. Il risultato? Baldini lo chiama last minute con un pizzico di imbarazzo. Una gestione grottesca dei nostri giocatori all’estero, spesso penalizzati se ingaggiati da club minori, anzi, dilettantesca, parafrasando le deliranti parole del presidente Gravina.
Gravina è lo specchio di un calcio che si sente minacciato. Un calcio che come un cane fiuta il pericolo e s’innervosisce, diventando imprevedibile e vulnerabile. Un calcio che vorrebbe tornare al centro del villaggio e, invece, ci vede il tennis, le discipline invernali, i motori con Bezzecchi e Antonelli, l’atletica e si lagna del fatto che i bambini potrebbero preferirgli tutto questo. Una guerra insulsa, inutile e dannosa. Tolta la pallavolo dove abbiamo ottenuto risultati eccellenti grazie soprattutto a Velasco, ne nasce uno su un milione di quella forgia e cultura sportiva e non, il resto sono tutti sport individuali. Non vedo quali raffronti si possano fare con il calcio, in cui notoriamente si gioca in undici, in cui si possono fare cinque sostituzioni e in cui da decenni c’è pure il fattore panchina lunga.
Gravina è un uomo senza carisma, un uomo da finte dichiarazioni piccate, un uomo che mesi fa aveva già messo in chiaro che non si sarebbe dimesso in caso di terza esclusione consecutiva dal Mondiale. Gravina non ha alcuna qualità, è come l’uomo ideato da Robert Musil, un manifesto della decadenza di un intero movimento sportivo, una delle più grande filiere produttive d’Italia. Un tempo, ai rigori ci giocavamo Mondiali (1994 e 2006) e Europei (2000 e la splendida illusione del 2021). Ora ci giochiamo l’accesso ai Mondiali. Mondiali in cui si è qualificata la Svezia, in cui nel girone avremmo ritrovato la Svizzera, il nostro incubo, e che vedranno gruppi composti da Giordania, Curacao, Iraq, Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Qatar, Panama e Uzbekistan. Mondiali che vedranno impegnate soprattutto tutte le prime 20 squadre del ranking mondiale FIFA meno che gli Azzurri.
E non serve lamentarsi dei pochi posti messi a disposizione da Infantino per le squadre europee. Il Mondiale si allarga in funzione di logiche di mercato. Si va laddove il calcio può ancora fruttare qualcosa. E le squadre che si sono qualificate non hanno certo rubato nulla a nessuno. La geografia del pallone cambia, conviene adattarsi evolvendosi. Strategia questa sconosciuta in Italia. Ci si compiace della situazione di svantaggio, si rivangano i fasti di un tempo, si loda una Nazionale che, nonostante tutto, ci ha messo il cuore. Un ritratto avvilente, surreale.
Lo Stato italiano, sicuramente e per una deriva demagogica che affonda le sue radici nella seconda metà del secolo scorso, non è mai stato di grande aiuto a livello di riforme, riqualificazioni di impianti e, a cascata, tutto il resto. Il sistema calcio italiano, tuttavia, non ha fatto nulla per tutelarsi, vedi l’abuso del decreto crescita. Un’arma contro la fuga di cervelli in contesti esterni al calcio usata per imbottire ancora di più le file dei club di serie A di stranieri.
Ai microfoni si è parlato di ragazzi “Eroici”, si è detto “Grazie” ai giocatori. Parole che campeggiavano sulle prime pagine dei quotidiani l’indomani i trionfi continentali e mondiali. Si è davvero livellato tutto verso il basso. Basso come il livello delle carriere in panchina fino a questo momento degli ultimi italiani campioni del Mondo. Nessuno di loro, nonostante quasi un decennio di attività, ha ottenuto risultati degni di nota. Molti hanno più di qualche esonero sul curriculum: Alessandro Nesta, Pippo Inzaghi, Andrea Pirlo, Daniele De Rossi, Marco Amelia, Fabio Cannavaro, Massimo Oddo, Alberto Gilardino e, ahinoi, Rino Gattuso, il meno colpevole di questo de profundis, ma un uomo che pare perseguitato dalla capacità di infilarsi nelle situazioni più improbabili: il Palermo di Zamparini, l’Ofi Creta prima e il Pisa poi in piena crisi economica, il Milan cinese e salvato dal fallimento da Elliott, il Valencia sull’orlo della rivolta popolare, il Marsiglia in ebollizione, per tacere del tragicomico trattamento riservatogli dalla Fiorentina che lo nomina e lo esonera dalla sera alla mattina “per divergenze sul mercato”. Si salva giusto la parentesi a Napoli, che pure gli è costata il sodalizio con il padre putativo Carlo Ancelotti. Una generazione di allenatori che è come se fosse maledetta. Oppure, semplicemente, meno preparata di quella dei loro colleghi con più anni di servizio sulle spalle.
Questa strana idra in panchina con Gattuso attorniato da Buffon e Bonucci, quasi due sgherri, non ha premiato, aumentando solo la confusione. Sia visiva, da casa si cerca di raccapezzarsi su chi comandi, sia di assegnazione delle mansioni: chi ha deciso la lista dei rigoristi, per esempio? Nel 2006, toccò a Lippi. Ieri, è toccato in sorte a Bonucci? E se sì, a che titolo? Misteri insolvibili, probabilmente.
Così come è insolvibile il dilemma sul che cosa sia passato nella testa degli Azzurri festanti al rigore decisivo siglato dalla Bosnia contro il Galles giovedì scorso. Una mancanza di scaramanzia incomprensibile per una Repubblica che si fonda anche su questo aspetto, sulla magnificazione dell’avversario oltremisura che parte settimane e settimane prima della partita e che tanto negli anni ci ha fatto bene, facendoci tenere la barra dritta. Ora, nonostante risultati tutt’altro che rosei, pare che abbiamo deciso di accantonare questa pratica. Forse, a qualcuno potrà sembrare superfluo questa osservazione. Per me, invece, denota un totale scollamento dalla realtà e un’umiltà smarrita, una cultura sportiva che non appartiene a gran parte della rosa dell’attuale Nazionale italiana. La Nazionale ha bisogno di tutto meno che dello showbiz.
Ai nostri giocatori è riservato un trattamento mediatico tenero, spesso assolutorio e propenso, quando giocano coi rispettivi club, alla glorificazione, ai peana. Oggi, però, improvvisamente sono diventati tutti scarsi. Una sorta di metaverso in cui i media italiani si ostinano ancora a ritenere i nostri nazionali tra i più desiderati al mondo in sede di calciomercato, tra i più determinanti in campo. Per tacere della sopravvalutazione del nostro campionato di calcio e, soprattutto, delle squadre al vertice di esso. Un movimento che vive di impressioni, di gioie effimere, che realizza video celebrativi per aver raggiunto nel 2023 tre finali europee, non vincendone nemmeno una.
Gli azzurri sono di medio valore, spesso strapagati in sede di calciomercato e inaccessibili per alcuni club limitati dai paletti del Fair Play Finanziario imposto dall’UEFA. Il calciatore italiano, infatti, pare non possa costare meno di una trentina di milioni. Eloquente il caso di Frattesi: passato dal Sassuolo all’Inter per una quarantina di milioni, mai promosso al rango di titolare in nerazzurro e spesso in panchina in azzurro. Ma si potrebbe anche parlare di Alessandro Buongiorno, per cui il Torino ha preteso i “simbolici” 40 milioni dal Napoli, nonostante allora non avesse mai giocato un minuto di alcun competizione europea e in Nazionale non fosse certo un perno, o Manuel Locatelli, capitano spesso sbertucciato di una Juve che come la Nazionale ha smarrito la bussola, arrivato a Torino sempre per la stessa cifra. Una selezione, quella italiana, che soffre maledettamente un ambiente nevrotico, rendendo al di sotto delle loro possibilità: Dimarco con l’Inter segna da metà campo, ieri la spara lateralmente su buon traversone.
L’Italia al momento non ha fuoriclasse, nonostante in tanti giochino ormai in Premier League. Non ha leader che dettano legge all’interno dei loro club. Ha solo gregari, giocatori che un tempo avrebbero fatto quella corsa in più per il 10 di turno: Rivera, Baggio o Totti. Ha uomini oggetto di discussioni di campanile, un blocco Inter odiato, certo, perché ai vertici ma che, contrariamente a quello Juve, non riesce a convincere in Nazionale e, anzi, che continua a macchiarsi di figure barbine: l’espulsione di Bastoni e la già citata esultanza di Dimarco tanto per gradire. Siamo molto coperti in alcuni ruoli, portieri, terzini, mediani come ciuchi a cui far fatica, scoperti in molti altri. Sistemato, forse, il dilemma centravanti, Kean e Retegui si stanno confermando su buoni livelli e Pio Esposito speriamo non patisca più di tanto la tregenda di ieri sera, la Nazionale, perso Chiesa, non ha dribblomani. La scelta di questo 3-5-2 scolastico e nemico del talento ne è naturale conseguenza.
Il prodotto italiano è ormai cronicamente svantaggiato, schiavo di meccanismi come plusvalenze, reti clientelari coi procuratori e talent scout a livello globale. Nessun argine a contrastare l’esterofilia che tanti danni fece già sotto il fascismo e fino agli anni Sessanta, col blocco delle frontiere che rimase in piedi fino al 1980. Impossibile tornare a quel mondo, la UE non lo permetterebbe mai in quanto discriminatorio verso i lavoratori, ma introdurre incentivi o regole per una corretta crescita del movimento calcio italiano non sarebbe reato. E non si parli di scarsa competitività poi al di fuori dei confini nazionali: quella è già una solida realtà. Le nostre squadre, pur con tutti gli stranieri e le panchine extra large, continuano a non essere in grado di tenere un livello accettabile su due fronti, sacrificando spesso per meri interessi economici le competizioni continentali. Un altro bias da estirpare al più presto.
La Nazionale in questo momento è come il porto sepolto di Ungaretti: giace sul fondo di un’insenatura coperta da sabbia e detriti. Ogni tanto qualcuno s’immerge e ritorna in superficie con qualche manufatto antico, il Mondiale del ’82, l’Europeo del ’68, riassaporiamo per un’istante l’essenza di quelle vittorie, mentre vediamo impallidire quelle più recenti, come quella di una notte d’estate di vent’anni fa. Il vento, però, che ieri spirava forte come se volesse ammonirci, ingrossa il mare, smuove le correnti e non è impossibile che, un bel giorno, non si possa più nemmeno ricordare per via di acque troppo torbide, melmose. E no, cari miei, non sono stati certo i pirati a insabbiare questo porto.
