C’è un’immagine che descrive perfettamente Francesca Sgorbini: da un lato, il suo inserimento come unica italiana nel XV ideale del Sei Nazioni 2026, culmine di un torneo pazzesco che l’ha vista nominata tra le quattro migliori giocatrici in assoluto d’Europa; dall’altro, i video virali sui social in coppia con la compagna in azzurro Silvia Turani, dove tra risate e sketch ironici abbatte la barriera tra atleta e tifoso. Francesca, classe 2001, terza linea dell’ASM Romagnat e ormai veterana azzurra nonostante la giovane età, incarna la perfetta sintesi tra il talento d’élite mondiale e una disarmante, genuina umiltà.
La raggiungiamo all’indomani della finale di Elite 1 a Biarritz, dove il suo Romagnat – dominatore della stagione regolare – si è arreso per 22-10 allo Stade Bordelais della connazionale Alessia Pilani. Una sconfitta dolorosa, che la fuoriclasse pesarese analizza con la lucidità e la maturità che la contraddistinguono.
Il verdetto di Biarritz: «Troppi errori, ma da queste partite si impara»
Francesca, partiamo dalle sensazioni calde dopo la finale. Avete disputato un campionato pazzesco, ma l’atto conclusivo a Biarritz non è andato come speravate.
«Diciamo che è un grande peccato. Come sempre nello sport c’è chi vince e c’è chi perde. Il Bordeaux è una squadra che durante la stagione regolare avevamo sempre battuto, quindi arrivavamo a questa finale con i gradi di favorite. Purtroppo, un po’ per alcuni infortuni pesanti con cui abbiamo dovuto fare i conti, un po’ per il nostro gioco, non siamo riuscite a esprimerci come volevamo. In partite di questa importanza, i troppi errori si pagano a caro prezzo».
Lo Stade Bordelais ha impostato una partita estremamente tattica per mettervi in difficoltà.
«Sì, assolutamente, hanno fatto il loro meglio. Eppure, dato che la loro squadra non è mai cambiata rispetto al campionato, sapevamo che era una partita assolutamente fattibile. Loro hanno dato il massimo, come in ogni finale, mentre noi non abbiamo sviluppato il gioco che ci eravamo ripromesse negli spogliatoi».
Può aver inciso anche il fattore emotivo legato a un palcoscenico così importante come lo Stade Aguilera?
«No, non credo sia stata l’emozione. Eravamo già arrivate in finale due anni fa, perdendo sempre contro di loro. Secondo me si è trattato proprio di una gestione tattica sbagliata in campo. Però dalle sconfitte si impara tantissimo: sono convinta che l’anno prossimo saremo ancora più pronte. Le aspettiamo al varco [sorride]».
A fine partita c’è stato il terzo tempo con Alessia Pilani. Vi siete dette qualcosa?
«Sì, ci siamo viste subito dopo il match e mi sono complimentata con lei. Diventare campionessa di Francia al primo anno in Oltralpe è un traguardo immenso e una bellissima iniezione di fiducia per il futuro. A me era successa la stessa identica cosa quando sono arrivata in Francia insieme a Sara Tunesi, quindi so cosa si prova e sono davvero felice per lei».
Cinque anni in Francia e il sogno dei 100 caps
Questa forte presenza italiana nel campionato francese sta alzando notevolmente il livello anche della nostra Nazionale. Sentite questa responsabilità?
«Sì, facciamo del nostro meglio. Giocando qui aumenti il tuo bagaglio di esperienza, vivi realtà diverse e, soprattutto, affronti partite tiratissime ogni singolo weekend. Questo ritmo ti cambia. Poi, quando ci raduniamo in Nazionale, l’obiettivo di noi “straniere” è condividere tutto ciò che abbiamo imparato con il resto del gruppo, comprese le ragazze che giocano in Italia e le veterane che guidano le più giovani. È uno scambio continuo».
Questa per te è stata la quinta stagione in Francia. Che bilancio fai della tua crescita?
«Sono arrivata a Clermont che ero giovanissima, avevo solo 18 anni, ero una giocatrice ancora in piena fase di formazione. È stata una scelta forte, che ha riguardato tutto il mio progetto di vita, non solo il rugby. Il campionato qui è iper-competitivo, il livello si alza costantemente perché arrivano delle Under impressionanti. Personalmente mi sento migliorata sotto tantissimi aspetti, soprattutto grazie all’esperienza che ho potuto accumulare e che in Italia, purtroppo, sarebbe stata più difficile da raggiungere».
Di recente un’altra pesarese, Lucia Gai ha raggiunto lo straordinario traguardo dei 100 caps in azzurro. Ti piacerebbe un giorno diventare una centuriona come lei?
«Arrivare a 100 presenze con la maglia della Nazionale è il sogno di ogni bambina che inizia a giocare. Però i percorsi di ognuna di noi sono diversi e bisogna fare i conti con la realtà, in primis con gli infortuni e io ne so qualcosa quindi chissà se ci arriverò. Ne parlavo proprio l’altro giorno con mia mamma: nel rugby spesso non sei tu a scegliere il tuo finale o quando smettere, perché un brutto infortunio può decidere per te all’improvviso. Per questo motivo, al di là dei traguardi che mi piacerebbe raggiungere, cerco di godermi al massimo ogni singolo momento sul campo, adesso, perché non so se domani giocherò ancora, purtroppo, e so che potrebbe non essere una scelta mia».
Quest’anno hai vissuto una consacrazione straordinaria: unica italiana inserita nel XV ideale del Sei Nazioni e in nomination tra le quattro migliori giocatrici del torneo. Che effetto fa?
«È stata una bellissima annata dal punto di vista personale, anche se la finale di Biarritz sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Sono riconoscimenti che sogni da piccola, ma quando arrivano quasi non hai il tempo di realizzarli. Mi piacerebbe fermarmi un attimo e rendermene conto davvero. C’è una cosa, però, di cui sono certa: voglio ringraziare profondamente le mie squadre, sia il Clermont che la Nazionale. Il rugby si gioca in quindici, è lo sport di squadra per eccellenza. I premi individuali non sono mai solo tuoi, sono del collettivo che ti permette di esprimerti. Spero che in futuro ci siano sempre più riconoscimenti per l’Italia come squadra, piuttosto che per me come singola».
Stai diventando un modello per tantissime bambine. Senti il peso di essere un esempio?
«Sinceramente non mi rendo conto di esserlo. Faccio solo quello che amo nel modo migliore possibile. Se poi questo ispira qualcuno, ammetto che mi fa uno strano effetto, perché fino a poco tempo fa ero io quella che guardava le ragazze della Nazionale con gli occhi pieni di ammirazione. Mi piace però rimanere accessibile. Su Instagram ricevo spesso messaggi di genitori; l’altro giorno un papà mi ha scritto: “Mia figlia ha 12 anni e deve smettere di giocare con i maschietti, cosa mi consigli? La sposto in un altro club?” Mi ha fatto sorridere, perché è la stessa identica situazione che ho vissuto io alla sua età. La mia risposta è stata che non servono i consigli degli altri: quando senti che una cosa ti appartiene, devi solo farla. A 16 anni ho detto ai miei che volevo trasferirmi a Colorno per inseguire il mio sogno. I miei genitori avevano comprensibilmente paura a lasciar partire una figlia così giovane, ma mi hanno vista talmente serena e determinata che hanno scelto di fidarsi».
Il dolore per la crisi di Colorno e il lato “social” del rugby

Hai menzionato Colorno, una piazza a cui sei legatissima e che in Italia sta attraversando una crisi societaria e tecnica profondissima.
«Ho letto qualcosa e sono profondamente dispiaciuta. Colorno è stato uno dei club italiani che ha investito di più nel movimento femminile e i frutti si sono visti, considerando quante giocatrici hanno formato e portato in Nazionale. Non conosco le dinamiche interne e forse nessuno saprà mai la verità, ma è un colpo durissimo. Il movimento femminile in Italia fa già enorme fatica; se perdiamo una certezza come il Colorno, che non sa ancora se riuscirà a iscriversi alla massima serie, diventa tutto ancora più difficile».
Cambiamo decisamente argomento. Sui social tu e Silvia Turani siete diventate un fenomeno virale, un’accoppiata che fa quasi concorrenza ai siparietti comici di Simone Ferrari e Mirko Spagnolo. Da dove nasce questa attività?
«Alla base c’è semplicemente il fatto che ci divertiamo tantissimo insieme! Sappiamo bene che i social oggi sono un mezzo di comunicazione fondamentale, ma per noi è nato tutto come un modo per condividere la nostra quotidianità. Quando abbiamo visto che i primi video funzionavano e che la gente cominciava a seguirci con affetto, abbiamo capito che potevamo sfruttare questo canale. A me piace mostrare che siamo persone normali e accessibili. Chi non ci conosce a volte ha l’idea dell’atleta della Nazionale come qualcuno di distante o inarrivabile. Io e Silvia vogliamo far vedere la realtà del nostro mondo, un dietro le quinte del movimento femminile che spesso è meno visibile rispetto a quello maschile. Durante l’ultimo Sei Nazioni al Lanfranchi abbiamo avuto un seguito di pubblico meraviglioso e alimentare questo entusiasmo mostrando le nostre giornate ci è sembrato naturale».
Si vede chiaramente che la comunicazione è il terreno ideale di Silvia…
«A lei piace moltissimo! Certo, richiede tempo, dedizione e a volte è davvero impegnativo, anche perché bisogna essere pronte a gestire le critiche. Ma Silvia ci si dedica con passione e, quando ci ritroviamo per i raduni estivi con l’azzurro, ne approfittiamo sempre per creare nuovi contenuti».
A proposito di raduni estivi: l’Italia si preparerà per i test con Sudafrica, Giappone e la spedizione negli Stati Uniti, ma tu non sei presente al primo incontro. Come mai?
«Esatto. Ho un assoluto bisogno di riposo e abbiamo trovato un compromesso tra lo staff del mio club e quello della Nazionale per permettermi di saltare questo primo blocco. Ogni tanto è fondamentale staccare la spina, sia a livello fisico che mentale. Purtroppo, l’ho imparato a mie spese in passato dopo i vari infortuni: se non ascolti il tuo corpo e non ti prendi il giusto riposo quando serve, prima o poi ne paghi le conseguenze».
Le Italiane campionesse di Francia
Valeria Fedrighi (Stade Toulousain)
Alessia Pilani (Stade Bordelais)
Francesca Sgorbini (ASM Romagnat)
Sara Tunesi (ASM Romagnat)
La foto di apertura con Sgorbini in meta con l’Inghilterra a Parma è di Stefano Delfrate.
