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La testimonianza

Gruppo, fiducia, postura, lavoro, tecnica: dopo le NextGen di Milano il nuovo Quinzi andrà più avanti, in classifica e… alla volée!

Da Vincenzo Martucci 10/11/2017

Fabio Gorietti, che da sei mesi allena a Foligno il 21enne, ci svela i segreti della rinascita del talento giovanile che non si è ancora confermato ad alto livello da professionista

Ci voleva proprio. Gianluigi Quinzi aveva bisogno di un risultato confortante alle prima finali NextGen coi migliori under 21 del mondo, che da junior batteva e che, da professionista, ha perso di vista. Il mancino che aveva illuso tutti – a cominciare da se stesso – vincendo il Bonfiglio, Wimbledon ed era salito al comando della classifica di categoria aveva bisogno di superare le qualificazioni italiche allo Sporting di Basiglio e aveva bisogno delle partite dure e lottate che ha perso alla Fiera di Rho, ma due volte in cinque set, contro nomi ben più quotati del suo sull’ATP Tour, come Rublev, Shapovalov e Chung (guarda caso, proprio l’avversario che superò in quella famosa finale ai Championships under 18). Da ex grandissima speranza, GQ aveva bisogno di risentirsi bravo e capace, come verifica del grande lavoro di “rieducazione” alla normalità che sta facendo alla tennis training school di Villacandida Foligno, da mastro Fabio Gorietti, accanto a Fabbiano, Travaglia e al lituano Grigelis. Cioè il gruppo che per sette anni era famoso per aver lanciato Vanni. Sei sono i mesi della nuova vita di Quinzi, undici sono stati addirittura gli allenatori della grande promessa italiana da quel trionfale 2013. Con tutti i sacrifici e i pensieri dei suoi appassionatissimi e dedicatissimi genitori.

Maestro Gorietti, come l’ha convinta Quinzi ad allenarlo?

“Due anni e mezzo fa era già stato tre mesi con noi, l’aveva seguito Torresi, prima che lo affiancasse l’ex pro spagnolo Gorriz. Tornando da noi, mi ha detto: “Ho bisogno di star qui devo ritrovarmi un po’ e sento che posso farlo”. Lui mi è sembrato convinto e sincero, e io non ho pensato ai rischio di allenare un ragazzo che prima tutti pensavano che potesse diventare il numero 1 del mondo e che poi quando non ha fatto risultati tutti hanno considerato come un fallimento. Il rischio non era quello di sporcarsi le mani, ma di rompere l’equilibrio del gruppo”.

Quinzi era abituato ad avere un allenatore tutto per sé.

“Venendo a Foligno doveva passare dalla dimensione uno o uno a quello di ambiente, in cui gli atleti si scambiano informazioni a vicenda, l’uno consiglia l’altro in allenamento, mi piace che siano consapevoli di quanto si trasmettono con un atto che li rende persone migliori, e che poi tornerà anche a proprio vantaggio. Perché uno più uno può fare tre”.

Ma qual è stato il vero limite di Quinzi?

“A parte i problemi cronici alla schiena, e quindi una postura molto avanzata delle spalle, aveva rigidità di caviglie e di anca, per cui tecnicamente non poteva fare movimenti diversi. Io avevo imparato la lezione tredici anni fa quando allenavo Paolo Lorenzi e, grazie a quell’esperienza che mi ha fatto capire che i problemi di equilibrio si ripercuotono su tutto il resto, col preparatore atletico del gruppo, Gianfranco Palini, abbiamo cominciato a lavorare tanto su Gianluigi. Così è notevolmente migliorato nell’elasticità, distende il braccio sinistro al servizio, e di conseguenza ha fatto altri progressi tecnici. Come col dritto, che ha modificato quasi del tutto, anche se ha bisogno di ancora un po’ per giocarlo con naturalezza e tranquillità. Per riuscirci, per migliorarsi così tanto sul suo colpo debole, ha lavorato tantissimo, ha fatto migliaia di ripetizioni, ore e ore di allenamento, e in breve tempo. Si è abituato presto al nuovo carico di lavoro e quindi, una volta ottenuta la quantità, la possibilità do sostenere lo stress fisico, siamo passati alla fase della qualità”.

E’ sorpreso di quanto ha visto alle NextGen?

“Non tanto delle partite in Fiera, perché Gianluigi ha una grande dote: non molla. Mi ha più meravigliato per quanto ha fatto nelle qualificazioni, su una superficie molto più veloce. E’ lì che ha preso fiducia e poi ne ha guadagnata un altro po’ giorno dopo giorno anche tecnicamente”.

Gorietti è allenatore, direttore tecnico del gruppo, psicologo, come ha lavorato sulla fiducia di Quinzi?

“L’essere passato dalle stelle alle stalle lo addolora perché quando vinceva tutti parlavano bene, anche in modo esagerato, e poi tutti ne hanno parlato malissimo. Il guaio vero è che anche lui ha cominciato a parlare male di se stesso a vedere le cose troppo male. Se perdi non è detto che sia proprio una condanna, bisogna ragionare anche su perché hai tirato fuori quelle due-tre palle”.

Dopo le NextGen tutti si chiedono: dove arriverà il “nuovo” Quinzi?

“Non possiamo sapere né dove né quando, io sono fiducioso, ma fissare una data vicina gli metterebbe troppa pressione e fissarne una lontana sarebbe ugualmente pericoloso. Lui mi ha detto: “Voglio cambiare tutto del mio gioco”. Io gli ho risposto: “No, devi migliorarne alcune, col lavoro fisico, tecnico e tattico”. Ce la può fare perché se è vero che oggi il talento vale solo il 10% e il resto è lavoro, sta lavorando molto e ha un bel po’ di talento. Perciò, per esempio, alto com’è, servendo sempre meglio, dovrà andare di più a rete, dove lui che smasha bene, chiude già almeno una delle tre opzioni di passante all’avversario. Eppoi, sa vincere, che è una caratteristica importante del giocatore”.

Come vivrà dalla prossima settimana il ritorno sulla terra, dei tornei minori, con premi più bassi, avversari meno noti e meno attenzioni?

“Questo è il tennis, resta 306 del mondo e deve fare punti Atp, e senza troppa fretta, senza sperare che tutto succeda all’improvviso. Ha avuto una bella occasione di migliorarsi e di confrontarsi col livello alto, così da verificare a che punto sta. E, soprattutto, ha capito che se vuole battere i più forti deve fare anche lui questo tipo di tennis”.

E’ più forte sul veloce o sulla terra?

“Lui è convinto sulla terra, io sul veloce: perfetto, giocherà tanto su tutt’e due le superfici”.

Magari sul veloce veloce si appoggia alla forza dell’avversario, magari anche la formula dalla “o la va o la spacca”, testata dall’ATP alle NextGen, lo ha favorito.

“Chissà, me lo sono chiesto anch’io, visto che lui è frettoloso. A me queste partite da “vita o morte” mi piacciono, tengono sempre alta l’intensità del gioco, tengono determinati i giocatori, fanno pensare che a volte uno i problemi se li crea”.

Vincenzo Martucci

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Nota sull’autore: Vincenzo Martucci

Napoletano, 34 anni alla Gazzetta dello Sport, inviato in 8 Olimpiadi, dall’85, ha seguito 86 Slam e 23 finali Davis di tennis, più 2 Ryder Cup, 2 Masters, 2 British Open e 10 open d’Italia di golf. Già telecronista per la tv svizzera Rsi; Premio Bookman Excellence.

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