Numero uno del mondo Juniores nel 2013 e dentro i 100 della classifica ATP nel 2015 a 18 anni, Alexander “Sascha” Zverev a giugno ha conquistato il Roland Garros (contro Flavio Cobolli, 5 set distillati in oltre 4 ore di battaglia) e gli Us Open a settembre. Al suo palmarès notevole – tra i successi più prestigiosi, sette Masters 1000, due ATP Finals e un oro olimpico a Tokyo 2020 (divide il primato tedesco ai Giochi con Steffi Graf) – mancava un titolo del Grande Slam, raddoppiato nel giro di poche settimane.
I trionfi di Parigi e New York scatenano in lui gioia e soddisfazione, ma rivelano anche maturità e consapevolezza rare per un 29enne: “Il mio sport mi insegna ogni giorno la pazienza, ne serve molta. Il lavoro duro paga; se non ottieni subito il risultato, una ragione c’è. I sacrifici non si contano, quando punti a diventare il migliore, però ne vale la pena; penso in particolare a quello che mi sono perso da ragazzo: ho dovuto dire ‘no’ a tante esperienze nuove, agli amici, alle piccole cose quotidiane che però sono speciali, per restare concentrato sulla meta”.
Dai genitori ex giocatori (papà Alexandr è suo coach) al fratello (Miša, maggiore di 10 anni), il tennis secondo il più piccolo della famiglia non passa attraverso il Dna: “Sì, ho buoni geni sportivi, ma il livello dipende solo dalla dedizione”. Oggi è il secondo giocatore più forte del ranking alle spalle di Sinner (entro fine anno lo supererà), la finale spettacolare di Wimbledon ha confermato il suo grande talento – Jannik, che aveva faticato a sconfiggerlo, l’ha riempito di complimenti durante la premiazione – e ha trovato piena fiducia nelle sue capacità, con cui può battere i top player.
È la versione migliore di sé stesso: servizio fulminante sui 220 km orari, dritto potentissimo e doti atletiche fuori dal comune, la stella nata ad Amburgo sogna una carriera lunga come il suo idolo Roger Federer, che si è ritirato a 41 anni? “Certo, amo giocare i tornei, viaggiare, allenarmi, prepararmi in palestra, amo la vita sana. Sono ancora quel bambino che si divertiva da matti con la racchetta. I soldi, i trofei, li considero dei bonus”.
Un bambino con la volontà di ferro: non si è arreso neppure al diabete di tipo 1 scoperto a 4 anni, diventando un esempio straordinario di resilienza. “Ho sempre dovuto dedicare totale attenzione alla glicemia perché devo stare bene per giocare e la disciplina nel controllarla costantemente ha plasmato il mio approccio generale, non soltanto nei confronti del tennis. L’impegno non diminuisce nella mia fondazione (omonima, ndr): salvare ogni anno la vita a 1.200 bambini con la mia patologia nei Paesi in via di sviluppo, grazie a farmaci, attrezzature ospedaliere, medici e sensori di monitoraggio continuo che evitano le frequenti punture al dito, mi rende estremamente fiero”.
Tratto da Icon n. 108
