“Nel buio della sala correvano voci incontrollate pazzesche: si diceva che l’Italia vinceva per 20-0 e che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo”. Ci vuole il ragionier Fantozzi, che si perde un’impresa mostruosa degli Azzurri contro l’Inghilterra perché tragicamente costretto per ragioni aziendali a seguire “La corazzata Potemkin”, per analizzare le ultime evoluzioni, più filosofiche che tattiche, del calcio italiano ed europeo. Succede infatti che il PSG due volte campione d’Europa schianti 6-0 in trasferta il non certo scarso Villareal e, ventiquattro ore dopo, lo strabiliante Como di Cesc Fabregas (fino al 2019 in Serie D) ne rifili nove – dico nove! – al malcapitato Lens. 9-1, la vittoria esterna più ampia nell’intera storia della Champions League, con l’allenatore dei lariani peraltro “arrabbiato per il gol subito” …
SEMPRE AVANTI
Ecco, nella filosofia di Fabregas e Luis Enrique non c’è spazio per l’idea di amministrare il gioco e limitarsi a contenere l’avversario in virtù del punteggio ampiamente favorevole. L’allenatore del PSG ha spiegato molto chiaramente che “quando è entrato il quarto gol dopo diciassette minuti, non stavo pensando a quanti altri ne potevamo segnare, stavo pensando se i miei giocatori potevano mantenere la stessa concentrazione quando il tabellone non glielo stava più chiedendo”. Sfruttare tutti i 90 minuti di una partita in totale controllo è fondamentale per tenere sulla corda ogni giocatore: “Sul 4–0, i nostri giocatori stavano ancora comunicando, si stavano ancora muovendo nelle posizioni corrette, stavano ancora chiedendo la palla. Nessuno si comportava come se la partita fosse finita. È questo che mi interessa. Le persone guarderanno la formazione e diranno: ‘Dov’è Dembélé? Dov’è Kvaratskhelia? Dov’è Marquinhos?’ Sono giocatori fantastici, ma lo scopo di costruire una squadra non è rendere importanti undici giocatori e far diventare tutti gli altri spettatori”.
ZERO SCONTI
Nella dottrina del tecnico spagnolo, rallentare è il modo migliore per far rientrare in partita l’avversario, quando proprio a vantaggio acquisito c’è l’occasione per colpire definitivamente: “Ho detto ai giocatori prima di uscire: ‘Non aspettate quindici minuti per capire la partita. Fate capire a loro il nostro gioco nei primi quindici minuti.’ Dopo il primo gol, stavo osservando come reagiva il Villarreal. Volevano rientrare in partita immediatamente, il che è normale. Ma è lì che puoi ferire una squadra. Iniziano a prendersi rischi, le distanze cambiano, qualcuno lascia la sua posizione per aiutare un altro giocatore, e all’improvviso c’è spazio da qualche altra parte”. La filosofia di gioco del Como di Fabregas è del tutto analoga: in casa come in trasferta, non si guarda in faccia nessuno e si continua a dettare il proprio gioco dall’inizio alla fine.
COMO MARAVILLA
Un progetto incredibile sulle sponde del Lago che purtroppo, a parte la geografia, ha molto poco di italiano. Non lo è la proprietà indonesiana dei ricchissimi fratelli Michael e Robert Hartono, non lo è la società sempre indonesiana del presidente Mirwan Suwarso, non lo è l’allenatore e non lo è nessun giocatore dell’undici titolare, eppure anche da questo punto di vista non riscontriamo preclusione alcuna, anzi: proprio in questa storica partita di Champions League, Fabregas ha fatto esordire due giovanissimi centrocampisti azzurri, il classe 2007 Mattia Liberali e il 2008 Matteo Papaccioli, entrambi a segno e nella storia come il secondo e il terzo marcatore italiano più giovani di sempre in Champions League, dopo Mario Balotelli. Adesso, insaziabli, aspettiamo desiderosi la prossima impresa: contagiare con questa sinfonia corale e moderna, che non esita a lanciare nella mischia anche sbarbatelli promettenti, persino il ferreo e tradizionalissimo difensivismo italico. Chiediamo troppo? Forse sì, ma mai porre limiti alla Divina Provvidenza…
RISPETTO
Como e PSG professano dunque un’idea di rispetto dell’avversario molto diversa da quella più comune e generalmente condivisa tra le regole non scritte del calcio giocato. Se si sta dominando sia in campo che sul tabellone, il rispetto vuole che non si infierisca sull’avversario continuando a segnare senza una reale necessità. Quando nella disgraziata finale dell’Europeo del 2012 la fortissima Spagna campione del mondo e d’Europa in carica era avanti per 4-0 sull’Italia di Cesare Prandelli, il capitano Iker Casillas fermò i suoi reclamando “rispetto per l’Italia!”. Un’idea diametralmente opposta a quella che da sempre vige nel rugby, dove non di rado gli Azzurri hanno dovuto subire delle vere e proprie imbarcate di punti da squadroni come Nuova Zelanda, Sudafrica, Australia e Francia. Il principio alla base della palla ovale prevede infatti che anche se si è già scavato un solco incolmabile dall’avversario, lo si rispetta nella misura in cui viene considerato in grado di competere al proprio livello e quindi è naturale continuare a cercare di segnare punti fino al fischio finale.
SUPERIORITA’
Un’ulteriore interpretazione del cappotto (un punteggio schiacciante e squilibrato) la ritroviamo nel tennis, dove l’occasione di infliggere uno o più bagel (il set che termina 6-0, senza cioè che l’avversario riesca a vincere neanche un game) serve a dare un segnale di superiorità negli scontri diretti con un avversario. Steffi Graf spiegava chiaramente che “se puoi rifilare un 6-0 6-0 a un’avversaria, devi farlo perché se lo ricorderà ogni volta che torna ad affrontarti”.
CHI HA RAGIONE?
Il calcio contemporaneo è più offensivo del passato e genera più occasioni di rifilare severe lezioni agli avversari, perché prevede meno di difendersi e amministrare. Anche con l’ultimo indirizzo dato da Orsato alla nostra Serie A, le polemiche sui falli non fischiati e il mancato utilizzo del VAR sono roventi, ma il gioco è più scorrevole e i gol sono aumentati rispetto agli anni scorsi. In definitiva, nelle situazioni di evidente superiorità, è giusto non infierire o si deve continuare a giocare perché si considera l’avversario al proprio livello? Deve prevalere l’idea tradizionale del calcio prima di Fabregas e Luis Enrique o quella della palla ovale? Ha ragione l’allenatore iberico quando dice: “Rispettiamo il Villarreal, ma rispetto non significa dare a un avversario venti minuti per sentirsi a suo agio”?
Sì, ha ragione da vendere. Meglio subire una lezione che evitarla per una perversa forma di compassione (“ti farei un altro gol e poi un altro ancora, ma vedo che non sei al mio livello e preferisco graziarti”). Una lezione subita permette di riflettere sulle proprie lacune per evitare di riceverne un’altra, portando a una crescita generale della squadra. Certo, se la Spagna in finale nel 2012 avesse continuato a tritarci avremmo sofferto ancora di più, ma quando toccherà a noi restituire il favore sarà talmente entusiasmante da spaccare la finestra di una casa per chiedere a chi ci abita: “Scusi, chi ha fatto palo?”
*foto ripresa da goal.com
