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La testimonianza

Addio, Fangareggi: tre volte grande

Da Sport Senators 12/07/2018

La scomparsa della prima torre della nostra pallavolo, che vinse quattro scudetti e fu protagonista anche da tecnico della nazionale

Se n’è andato, lassù nei cieli della gloria, anche Mauro Fangareggi. Stroncato giovedì all’ospedale di Ravenna da una crudele spietata dolorosa fibrosi polmonare che lo ha dolorosamente colpito negli ultimi anni della sua vita. Un giorno avanti il suo 75°compleanno, che cadeva il giorno seguente, venerdì 6 luglio. Già, ma chi era Mauro Fangareggi? I giovani fans del volley di oggi sanno tutto di Zaytsev, il bomber che ha regalato a Perugia il primo scudetto della città. Di Osmany, “quello dei divani” secondo Lucky Lucchetta, l’italo-cubano che ha fatto faville a Trento e poi Civitanova. Arrivano forse, magari per sentito dire, fino all’epoca dei Fenomeni degli anni novanta. Ma più in là, è ben difficile. Quando la pallavolo non era neanche uno “sport di nicchia”, come sosteneva GianPaolo Montali in anni recenti. O sport dopolavoristico, come precisava in redazione qualche beffardo collega che sottorete non ci vedeva proprio.

   Ma Fangareggi, lui sì, è stato un grande. Garantito. Non solo per i quattro scudetti conquistati. Due con la mitica Avia Pervia Modena di Franco Anderlini, due con la Virtus Bologna. Nel 1962 il primo, quando ancora si giocava da fine inverno agli albori dell’estate, non disponendo di impianti coperti. Scudetto targato Interauto, concessionaria modenese che aveva elargito un po’ di soldini, più che necessari all’epoca, dato che l’Avia Pervia, motto araldico del comune, era un circolo dopolavoristico che traeva sostentamento, per pallavolisti e cestisti, dai proventi del bar e della balera in estate. Mauro aveva allora 19 anni, promosso in prima squadra dal settore giovanile, fornito quasi per intero dal liceo scientifico Tassoni, istituto di viale Reiter dove Anderlini insegnava e dove qualunque maschio sopra al metro veniva precettato al volley. Poi l’anno seguente, 1962-63, il primo disputato in inverno, con affannosa ricerca di palestre o impianti al coperto, secondo la nuova impostazione agonistica dettata dal presidente federale Giancarlo Giannozzi, avvocato e docente fiorentino che tanto ha fatto per questo sport. L’anno seguente, Fangareggi inserito in un gruppetto di giocatori quasi tutti in nazionale, come Federzoni, Mescoli, Mazzi, Franco e Paolo Zanetti, Tedeschi, disputò l’ultimo campionato nell’Avia Pervia. Che poi si sciolse a fine stagione, dopo la sconfitta con la Ruini Firenze guidata da Aldo Bellagambi. Sconfitta che interruppe il regno delle squadre modenesi (Minelli, Villad’Oro, Avia) durato ben undici anni.
    Il gruppo Avia, guidato in panchina da Oddo Federzoni, si spostò a Bologna, città che Mauro già frequentava per l’Università e dove conquisterà la laurea in Economia e Commercio. Arrivarono gli altri due titoli: 1965-66 e 1966-67. E fa appunto quattro. Non ne vincerà piu’. Ruini, Parma e il primo del Panini nel 1970, vietarono a Fangareggi altri trionfi. Lui nel frattempo si era staccato dal gruppo modenese. Per un anno fu anche militare, alla seconda Compagnia Atleti a Napoli, dove disputò con la squadra dell’Esercito, guidata dal maresciallo Luigi De Vita, chiamato affettuosamente <il Babbo>, il campionato di serie A. Una richiesta gli era arrivata da Milano, auspice il prof. Martinotti. Poi la scelta di lavoro porterà Mauro, che nel frattempo si era sposato con Tina, verso Padova. Dove inizierà in banca la nuova carriera lavorativa, proseguendo quella pallavolistica. Nei Vigili del Fuoco Pagnin, poi nel Petrarca. Da qui il salto sulla panchina, nel palazzetto di Prato della Valle, adiacente il campo di rugby dei Tre Pini. Poi ancora allenatore a Mestre e Montecchio. Infine nuovo definitivo trasferimento a Ravenna, dove si sistemerà definitivamente nella vita con Tina e i due figlioli. Mario, il maschio, seguirà le orme paterne diventando un ottimo centrale, disputando anche  33 match con la nazionale iniziando nel 1994. Ora si occupa di settore giovanile. E’ stato lui a scoprire le doti di Paolo Egonu, scoperta anni fa in un concentramento nel Veneto. Buon occhio, certo.
    Fangareggi è stato la prima torre della nostra pallavolo. Precedendo con i suoi 198 cm Giorgione Barbieri della Minelli, di alcuni anni più giovane. E poi il duemetri Claudio Di Coste, protagonista nel 1978 nel Gabbiano d’Argento ai mondiali di Roma. Mauro era un centrale d’attacco, molto forte a muro, ma all’epoca i ruoli non erano così fissi e specializzati come oggi. Attaccava con rara potenza anche da posto quattro. Perché ai 198 cm. univa un fisico possente, da 120 kg tutto muscoli. Più volte negli anni gli dicevamo che sarebbe riuscito altrettanto bene nel rugby. <Con quel fisico, chissà che forte seconda linea saresti diventato>. Ma a Modena, quando entravi al liceo Tassoni, oltre all’atletica, curata dal professor Aldo Sant’Unione, c’era soltanto la pallavolo. E Mauro non sfuggì alla selezione rito del professor Anderlini. Lo ricordiamo da avversario ai campionati studenteschi del 1961,dove lo squadrone del Tassoni faceva tremare i polsi con questo gigante, che da solo realizzava la metà dei punti della sua squadra.
   Negli anni, Mauro diventerà per passione infinita e rara competenza, un vero tecnico di pallavolo, sport di cui era veramente innamorato. Tina, la sua dolce sposa, diceva ridendo: “E’ la mia unica rivale!”. Approdò naturalmente anche alla nazionale, totalizzando 41 caps, partendo nel 1962 da un Belgio-Italia perso 3-2 a Parigi. Carriera conclusa nel 1966, quando la rivolta dei giocatori modenesi, tra cui Fangareggi con altri, (Mescoli, Grillenzoni, Paolo e Franco Zanetti), indirizzata verso il cittì  jugoslavo Ivan Trinajstic, portò ai Mondiali in Cecoslovacchia una squadra indebolita, che si classificherà solo al 16° posto.
A Ravenna, Mauro, ormai diventato un vero studioso del suo sport, ha seguito con affetto la carriera del figlio Mario, gran specialista a muro, che leggeva benissimo, e di Vigor Bovolenta, che lui considerava suo figlioccio. Lo ricordiamo molto  commosso all’ultimo saluto, nella sua cittadina del rodigino, a Taglio di Po, alcuni anni fa, quando al funerale del Bovo si era radunata una folla di pallavolisti amici che la chiesa non riuscì a contenere.
    A Mauro non sarebbe dispiaciuto diventare giornalista. Nel febbraio 1963, la sera prima della nostra partenza verso Lecce, poi Aosta, dove ci attenderà il 32°corso AUC, eravamo alla Gazzetta dell’Emilia, in piazza Mazzini a Modena. Era nostra intenzione presentarlo al cav. Mario Morselli, corrispondente da una vita della Gazzetta e capo dello sport al quotidiano modenese. Morselli, che fu nostro simpatico pigmalione agli inizi del nostro apprendistato (pallavolo, basket, calcio, rugby, atletica, campionati studenteschi, nuoto e quant’altro… a zero lire, naturalmente), ci fece attendere a lungo. Se ricordiamo bene, era impegnato con uno scoop della Ferrari. Nessuno come lui conosceva a fondo il commendator Ferrari. L’incontro quindi sfumò. Mauro era atteso all’allenamento. Noi a una cena a casa dai cari amici Cristofoli con i miei genitori. E la pallavolo perse un aspirante giornalista sicuramente capace, esperto, appassionato, competente. Peccato.
   Lo ricordiamo quale è stato in vita. Ottimo pallavolista, caro sincero amico. Come sostengono gli alpini: non è morto. E’ solo andato avanti. Addio caro Mauro!
Carlo Gobbi

 

Tags: che vinse quattro scudetti e fu protagonista anche da tecnico della nazionale, La scomparsa della prima torre della nostra pallavolo

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Nota sull’autore: Sport Senators

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