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Tennis

Kyrgios? No, thanks. Perché Wimbledon s’è inchinata a re Djokovic…

Da Vincenzo Martucci 12/07/2022

Da una parte un fenomeno sfrontato e poco appassionato, ribelle e casuale, dall’altra un campione applicato e rispettoso della storia e degli avversari. Domenica il Tempio si è schierato

Novak Djokovic il “s-up-erbo”, pur preso com’era dalla finale sul mitico Centre Court, pur immerso nella totale concentrazione di cui è capace, pur totalmente impegnato nell’infinita guerra contro tutto e tutti, pur votato anima e corpo nell’assalto al settimo sigillo a Wimbledon, ha avuto domenica un solo sussulto in tre ore di gioco. Non nel primo set, quand’è rimasto chiuso in trincea sotto la gragnuola di mazzate che gli arrivavano di là del net, non quando ha pareggiato i conti, un set pari, non quand’ha dominato il tie-break del quarto tagliando come il burro la potenza di Nick Kyrgios. Ma, al match point quando, anche il Tempio, che tanto l’ha odiato e osteggiato dal 2011, l’ha osannato, inneggiando al suo nome, convinto, inchinandosi davanti al re. 

ESEMPIO

Al di là della questione No-Vax, con l’Adria Tour organizzata alla cieca e il mancato blitz di Melbourne di gennaio, il popolo del tennis sentiva che per lo sport sarebbe stato meglio che vincesse Djokovic. Perché è un campione dedicato, appassionato ed innamorato del suo mondo, perché si allena e si impegna sempre al massimo per esprimersi al meglio e far parte della storia, perché rispetta gli avversari, perché accetta la sconfitta. Che messaggio sarebbe arrivato ai giovani se avesse vinto il cattivo ragazzo Kyrgios, quello che ripete e mostra continuamente di preferire il basket al tennis, quello che ti sbatte in faccia la sua prorompente vitalità, il bullo vero, che  ridacchia degli sforzi degli onesti soldati come Casper Ruud e si impegna solo nei grandi tornei e solo in quelli che dice lui? 

RISCATTO

Lo sport è fatto di sacrifici, di sconfitte, di lezioni e di impegno continuo, come ripete sempre l’agonista ideale, Rafa Nadal. Lo sport è fatto anche di crolli emotivi e di lacrime, non dei risolini beffardi che l’australiano riserva a tutto e tutti, una volta gridando di essere annoiato dalla partita, una volta sputando sul pubblico, un’altra provocando le reazioni peggiori nell’avversario (leggi Tsitsipas). Lo sport è fatto di storie. Come quelle delle finaliste dei Championships, Elena Rybakina, che ha dovuto sposare la bandiera kazaka per avere gli aiuti necessari per inseguire i suoi sogni, e Ons Jabeur, che ha girovagato per il mondo per salire dal suo villaggio in Tunisia al numero 2 del mondo. E’ così anche per Novak Djokovic che fortissimamente volle evolversi dalla Serbia sofferente e disperata, sotto le bombe della Nato, per diventare il campione di tennis che ha guadagnato più premi ufficiali di sempre (159 milioni di dollari) e lotta con Nadal per il record-Slam (oggi 21 a 22). Forse è così anche per Kyrgios, figlio di immigrati in Australia – padre greco e mamma malese – che s’è fatto tatuare sulla gamba: “Date una maschera ad un uomo e mostrerà il suo vero volto”. Forse quel bambino sovrappeso che posta su Instagram è stato vittima a sua volta di bullismo, imparando a farsi largo coi gomiti (eufemismo), forse è scappato dal test con se stesso e i suoi limiti, svicolando dai Fab Four. 

SFRONTATO

Di certo, alla viglia della prima finale Slam a 27 anni, Nick il duro che, dai quarti di Wimbledon 2014, John McEnroe aveva eletto come unico e legittimo erede, per poi disperdere negli anni il suo talento, ha confessato di non essere riuscito a dormire: “M’è montata l’ansia, troppi pensieri”. Che differenza con 8 anni fa: ”La sera prima del match contro Rafa, il mio allenatore mi venne a recuperare in un pub”. Che distanza ancora dall’atleta Doc: “Non ho un allenatore perché non voglio infastidire nessuno”. Nick non si sbilancia sul futuro: “Con la prima finale Slam non mi è montato l’appetito, sono stanchissimo, non vedo l’ora di andare in vacanza. Di certo continuerò a giocare solo 4/5 mesi l’anno, la famiglia è troppo importante”. Non ammette crepe nel suo personaggio: “Non sarei dovuto essere qui, io un ragazzo di Canberra che fino a un mese fa giocava per strada a basket nel quartiere, nell’ultimo mese mi sarò allenato a tennis al massimo un’ora al giorno. Che ci faccio in finale? Come ci sono riuscito? Figo”. Quasi felice di non avercela fatta: “Se avessi vinto, se avessi raggiunto il punto più alto del tennis avrei avuto bei problemi con le motivazioni. Non sono giovane come Sinner o Alcaraz, mi ci sono voluti 10 anni per giocare una finale Slam”. Super-orgoglioso, o sfrontato? Decidete voi: “Me la sono giocata alla pari con uno dei più forti di sempre, non sono lontano dai primi 8”.

DURA REALTA’   

Il tennis non è solo istinto e fantasia: “Avevo battuto Nole due volte sui 3 set, quando non hai quasi il tempo di respirare e se vinci il primo set gli metti pressione. Sui 5 set contro quei 3, Djokovic, Rafa e Federer, hai l’impressione che anche dopo aver vinto il primo set devi ancora scalare l’Everest. Io sapevo già di poter battere i più forti, ma riuscirci sulla lunga distanza, star lì per due settimane, è tutt’altra storia, mentalmente e fisicamente. Da quando sono nato penso che Wimbledon l’abbiano vinto solo in 8 e questo la dice lunga. Se poi ci sommi i social media… E’ così difficile gestire quanta negatività e quante opinioni ti arrivano… Perciò Federer, Djokovic e Nadal che sanno convivere anche con questo sono dei campioni”. La lezione è servita? “Mi sono impegnato per due settimane, non ce l’ho fatta, mi rode”.

Tratto da supertennis.tv

Tags: Kyrgios? No, thanks. Perché Wimbledon s’è inchinata a re Djokovic…

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Nota sull’autore: Vincenzo Martucci

Napoletano, 34 anni alla Gazzetta dello Sport, inviato in 8 Olimpiadi, dall’85, ha seguito 86 Slam e 23 finali Davis di tennis, più 2 Ryder Cup, 2 Masters, 2 British Open e 10 open d’Italia di golf. Già telecronista per la tv svizzera Rsi; Premio Bookman Excellence.

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