Il Ballon d’Alsace fu la prima montagna scalata dal Tour de France nel 1905, tuttavia quando ci si arriva nel 1961 la vetta dei Vosgi è ormai uno spauracchio di cui non temere nulla per i corridori. Eppure qualcuno spera che si scateni l’inferno per ribaltare la classifica guidata da Jacques Anquetil, ma chi il 30 giugno ha intenzione di provarci, il capitano della Francia è destinato a rispondere.
Chi ci prova a ripetizione sono sicuramente i belgi, che giusto il giorno prima Anquetil ha apostrofato come «scorretti» per il loro modo di correre. Va via un gruppone con Joseph Planckaert, John-Baptiste Claes ed Eddy Pauwels, ma il transalpino non si fida e gli mette alle calcagne i colleghi Robert Cazala e Jean Stablinski.
Sul Col de la Schlucht però Planckaert lascia la compagnia degli altri e, nonostante il rientro fra gli inseguitori dal gruppo dello svizzero Alfred Ruegg, porta il vantaggio sino a sei minuti sul gruppo maglia gialla in cima al Ballon d’Alsace.
A quel punto il plotone dei migliori rimasti dietro riprendono gli altri battistrada e si accordano per puntare ai trenta secondi di abbuono per il secondo posto. L’Italia avrebbe quattro corridori e dovrebbe contare su Guido Carlesi, l’atleta messo meglio in classifica, ma Graziano Battistini non ci sta e a tre chilometri dall’arrivo scatta.
Planckaert vince così la tappa con 4’41″ su Battistini e 4’49″ sullo spagnolo José Pérez Francés. Anquetil non rischia nulla, in casa Italia invece scoppiano le discussioni, ma a sistemare i dissidi ci pensa la sfortuna con una foratura che colpisce Carlesi e fa comprendere come la tattica di Battistini fosse quella giusta.
