Agli Europei di ginnastica artistica, conclusi da poco a Zagabria, la russa Angelina Melnikova vince l’oro nel Concorso individuale, sale sul podio, senza la sua bandiera e senza il suo inno nazionale, e piange. Le regole stabilite dal Cio e dalle Federazioni internazionali per consentire la partecipazione della Russia (e della Bielorussia) prevedono la cancellazione di bandiera, inno e persino del nome, con l’acronimo AIN (atleti neutrali individuali). E’ come averli trasformati in atleti “senza patria e senza onore”, la definizione che si usa per i mercenari. Ma la patria e l’onore non si possono cancellare e le lacrime della Melnikova stanno lì a dimostrarlo.
L’onore, che non esiste più nei cuori dei dirigenti dello sport mondiale, risalta nelle parole di chi, invece, non ha smesso di credere in questi valori e, sia pure isolatamente, continua a mostrare coraggio e a difendere i diritti degli atleti e di tutti gli sportivi. E’ il caso di Carolina Morace, calciatrice da record nei club e in Nazionale, allenatrice, avvocata e ora deputata dei 5 Stelle nel Parlamento europeo, un grande esempio di vera sportiva nelle idee e nei fatti.
Sul suo profilo su X, ha così espresso il suo pensiero sulla Melnikova che ha pianto sul podio.
“Angelina Melnikova, campionessa olimpica e mondiale, ha conquistato l’oro al volteggio agli Europei di ginnastica artistica di Zagabria. Ma sul gradino più alto del podio, al posto della bandiera russa e del suo inno, ha trovato l’ormai canonica bandiera neutrale. E non è riuscita a trattenere le lacrime: “E’ triste vedere la bandiera bianca”. E ha ragione. Perché è assurdo che un’atleta vinca una competizione internazionale e non possa vedere la propria bandiera né ascoltare il proprio inno. Le responsabilità dei governi non possono ricadere sugli sportivi. Lo sport dovrebbe unire, costruire ponti e mantenere aperto il dialogo soprattutto quando la politica fallisce. Cancellare una bandiera e un inno non avvicina la pace di un solo centimetro. A rendere tutto ancora più incomprensibile è il doppio standard: mentre agli atleti russi vengono negati bandiera e inno, quelli di Israele e Stati Uniti continuano a gareggiare regolarmente sotto i propri simboli nazionali. Il principio deve valere per tutti. Senza eccezioni e senza due pesi e due misure”.
Così come è scritto, potrebbe essere l’editoriale di un qualsiasi mezzo di informazione, sportivo e no, per commentare l’attuale situazione dello sport in un mondo in guerra, non una sola, tutte le guerre. Ma, visto che un articolo del genere non è stato finora possibile trovarlo su giornali, tv e quant’altro (a parte Sportsenators, in fondo a questo articolo trovate i link per precedenti pezzi sulle contraddizioni del Cio), possiamo assumere l’intervento di Carolina Morace come riferimento umano e giornalistico. E già, perché qui non c’è in ballo soltanto la pietà umana per atleti che, senza alcuna colpa personale, vengono privati dei loro diritti fondamentali (pietà umana che rimane comunque base fondamentale per qualsiasi discorso che si basi sui principi di solidarietà e rispetto, oseremmo persino dire “di amore”), ma è in ballo l’intera questione di come sia gestito il sistema globale dell’informazione, di come queste situazioni siano presentate alla gente, di come il diritto di base ad avere un’opinione personale venga inficiato dal ricatto morale, ma anche sostanziale, di chi “prescrive” una interpretazione unica e inviolabile dei fatti. Per cui, pensare che Putin sia un criminale ma che non ci debba essere rivalsa contro i russi, del passato e del presente (da Dostoevskij e Tchaikovsky fino ad artisti e protagonisti attuali, inclusi paradossalmente alcuni che sono dissidenti espulsi dalla Russia ma vengono boicottati perché “russi”!) equivalga a essere considerati “putiniani” o “pacifinti”; o pensare che il Governo di Israele stia commettendo un genocidio con i palestinesi di Gaza, ma ritenere il popolo israeliano non responsabile per gli atti del primo ministro Netanyahu equivalga comunque a essere “antisemita”!
La Morace nel suo commento mette in risalto proprio questo, oltre alla comprensione per i sentimenti della Melnikova, quando parla degli atleti di Israele e Stati Uniti che continuano a gareggiare senza alcuna restrizione e della necessità di evitare “due pesi e due misure”. Gli Stati Uniti del presidente Trump (lasciando da parte quelli delle passate guerre e invasioni fra Afghanistan, Iraq e altro ancora) hanno rapito il presidente del Venezuela, sostituendolo con la vice di propria fiducia, e bombardato 7 nazioni in 13 mesi: Somalia, Iraq, Yemen, Siria, Nigeria, Venezuela e infine Iran con una guerra che è in atto. Il Cio non ha mai fiatato.
Israele ha distrutto Gaza e ucciso 80.000 palestinesi, dei quali 25.000 bambini, ha invaso e bombardato il Sud del Libano, è in guerra anche con Siria, Yemen e infine Iran. Inoltre, sostiene direttamente con le proprie Forze armate la colonizzazione sempre più spinta in Cisgiordania, resa drammaticamente chiara dagli episodi degli ultimi giorni con il villaggio palestinese di Qusra assediato da coloni e militari israeliani. Il Cio non ha mai fiatato.
Gli atleti russi che hanno ricevuto l’autorizzazione a partecipare alle gare, come Atleti Neutrali Individuali, fra le altre condizioni cui sono sottoposti, come quella di non appartenere a Corpi militari, devono dimostrare di non aver mai appoggiato, anche solo a parole, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Ma a nessun atleta statunitense e israeliano è stata mai posta la condizione di non approvare le guerre di Stati Uniti e Israele, possono farlo pubblicamente senza il rischio di essere esclusi dalle gare. O forse per loro vale il principio che le guerre sostenute dai loro Paesi siano “buone e giuste” e quindi si possano sostenere? Il Cio e le Federazioni sportive mondiali decidono quali sono le guerre giuste e quelle ingiuste?
In questa situazione, sotto il comando di dirigenti sportivi ipocriti, le lacrime della Melnikova assumono un significato ancora più triste. Ricordiamo che questa atleta si è vista stroncata la carriera negli anni migliori della sua vita sportiva. Nel 2021, all’Olimpiade di Tokyo, è oro con la squadra, bronzo nell’Individuale e nel Corpo libero. Sempre nel 2021, ai Mondiali di Kitakyushu, è oro nell’Individuale e interrompe la serie di vittorie delle statunitensi che durava dal 2011. Sembra l’inizio di un dominio, invece è l’ultimo atto prima del buio: dal 2022 la Russia è esclusa dalle gare e Melnikova, insieme alle sue compagne di squadra, perde tre edizioni dei Mondiali e l’Olimpiade di Parigi, gare in cui sarebbe stata la grande favorita, come squadra e individualmente. Anche in questo caso, come in tanti altri sport, albo d’oro falsato tecnicamente, ma ancor più ingiusto perché testimonia la cancellazione dello spirito sportivo.
Melnikova finalmente torna alle gare nel 2025 e, a dimostrazione della sua bravura, ai Mondiali di Giacarta vince l’oro nell’Individuale e nel Volteggio, l’argento nelle Parallele asimmetriche. E adesso, agli Europei di Zagabria, tre ori (Squadra, Individuale e Volteggio) e due bronzi (Trave e Corpo libero). Il momento giusto per tornare a sorridere, ma la tristezza, l’ingiustizia e i sogni infranti non si possono scacciare facilmente, specialmente quando una bandiera bianca e una musica che non è il proprio inno stanno lì a ricordare che si viene ancora considerati “atleti senza patria e senza onore”. Le sue lacrime sono onore per lei e disonore e vergogna per i dirigenti dello sport mondiale.
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