Lo short track italiano sta vivendo una nuova fase dopo le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. Un’epoca che appare ancora una volta particolarmente brillante, con giovani atlete che sono pronte a prendersi la scena. Una di queste è Gloria Ioriatti che nelle prime due tappe di World Tour ha conquistato i primi podi in carriera imponendosi nella staffetta femminile di Montreal a cui si aggiungono un terzo posto nei 1500 metri e un altro nei 1000 a Vancouver. Risultati che hanno rilanciato le aspettative della bresciana delle Fiamme Oro Moena che ora proverà a vivere una stagione indimenticabile.
Si aspettava un inizio di stagione così brillante?
No, assolutamente non me lo aspettavo. È stato un inizio bellissimo, che ovviamente non ci aspettavamo come squadra, ma che non mi aspettavo nemmeno individualmente. Sono contenta e quest’anno mi sono ripromessa di divertirmi e di ritornare a innamorarmi un po’ di quello che è il mio sport, una cosa che negli ultimi anni magari mi è mancata. Sono quindi entrata in pista molto più tranquilla e questo ha portato i suoi benefici.
Quali sono state le emozioni che ha provato a conquistare la prima vittoria nel World Tour?
Siamo state molto contente, perché è stata una gara che abbiamo combattuto fino alla fine. Sapevamo di poter giocarcela, perché la settimana precedente a Vancouver eravamo davanti fino all’ultimo giro, ma poi siamo state penalizzate da una caduta. Volevamo quindi un po’ riscattarci e, quando abbiamo visto che avevamo vinto al fotofinish, è stato davvero bellissimo. Abbiamo provato delle emozioni fortissime.
Qual è il rapporto con le sue compagne di squadra?
Diciamo che abbiamo un bel rapporto. Ci sproniamo a vicenda per migliorare e, soprattutto, gareggiare nella staffetta ti unisce, perché non gareggi individualmente, ma tutte insieme per un unico obiettivo. Questo crea un legame particolare. Anche Margherita Betti, che è nuova e non ha ancora disputato molta Coppa del Mondo, si è inserita subito portando un’energia positiva. Ognuna contribuisce alla squadra in modo diverso, ma ci troviamo bene e c’è sintonia.
Quanto aiuta avere una squadra così competitiva per crescere ulteriormente?
Sicuramente, più competizione interna c’è, più vieni stimolata ad andare forte. D’altronde, alle gare non partecipano tutte le componenti della squadra, quindi più riesci ad andare forte e a migliorare, più cresce anche il gruppo. È sempre uno stimolo avere qualcuno che va più forte e che ti spinge a fare altrettanto.
A Vancouver è arrivato anche un quarto posto nei 1000 metri. Non le ha fatto male vedere sfuggire il podio per pochissimo?
Siccome non mi aspettavo questi risultati, per me era già un traguardo essere a Vancouver e riuscire a raggiungere la finale. Sicuramente, con il senno di poi, ci ripensi e ti dispiace, però sono estremamente contenta delle gare che ho fatto. Il podio è mancato in quell’occasione, ma è arrivato la settimana successiva. Quest’anno ci sono sette tappe del World Tour, quindi magari è mancato a Vancouver, ma arriverà un’altra volta. Lo spero!
Quale distanza preferisce fra 1000 e 1500 metri? Come si trova sui 500?
In realtà preferisco i 1.500 metri, ma da quest’anno sono comunque riuscita a migliorare la mia velocità di punta, quindi anche i 1.000 metri sono diventati molto più accessibili. Infatti, la prima medaglia è arrivata proprio sui 1.000 metri. I 500, a differenza delle altre due distanze, sono una specialità in cui mi diverto tantissimo, perché non ho aspettative e non sento alcun tipo di pressione. Quest’anno ho migliorato la mia velocità di punta, quindi mi piace affrontarli perché mi permettono di migliorare alcuni aspetti che, allenandomi principalmente sulle distanze più lunghe, magari tendo a trascurare. Mi piacciono, mi diverto e rappresentano una distanza diversa per me, ma mi piace mettermi in gioco.
Perché ha scelto lo short track essendo figlia di due specialisti dello speed skating?
Ho scelto lo short track principalmente per le mie caratteristiche fisiche, perché sono molto bassa e nella pista lunga si tende ad avere una struttura fisica più muscolosa e, generalmente, anche una statura maggiore. A me, invece, lo short track è piaciuto subito. È molto dinamico: se sorpassi, il tempo conta, ma relativamente, perché è soprattutto uno sport di posizione. Non lo so, ho scelto presto: già da piccola avevo deciso che avrei fatto short track. Magari, crescendo, mi è piaciuto anche il fatto di avere una storia diversa da quella dei miei genitori. Non mi sono mai appassionata alla pista lunga: per me è sempre stato short track, non c’è mai stato nemmeno il dubbio.
I suoi genitori le hanno dato qualche consiglio nell’affrontare le gare sul ghiaccio?
A casa mia c’è un po’ la regola che il pattinaggio rimane allo stadio del ghiaccio e in casa non se ne parla molto. Diciamo che entrambi i miei genitori, fin da piccola, mi hanno portato a provare qualsiasi tipo di sport pur di non farmi pattinare. Io, però, ho scelto comunque il pattinaggio. Hanno sempre dato molta più importanza alla mia serenità che ai risultati o alle medaglie. Nel momento in cui veniva a mancare la mia tranquillità e la mia felicità, erano i primi a intervenire e a dirmi che forse era il momento di fare un passo indietro. Inoltre, entrambi hanno sempre dato grande valore alla scuola e all’università. Non mi sono mai sentita sotto pressione, né obbligata a pattinare a tutti i costi o a dover ottenere risultati per loro. Anche per questo, a casa si parla davvero poco di pattinaggio, soltanto lo stretto indispensabile.
Guardando alle Olimpiadi, non pensa alle Alpi Francesi 2030?
Non ci sto pensando. L’anno scorso è stato un periodo difficile per me e sto prendendo le cose mese per mese, stagione per stagione. Se l’anno prossimo non avrò voglia di pattinare, non pattinerò; se invece avrò voglia di farlo, continuerò. Non faccio piani a lungo termine: sto prendendo tutto con molta tranquillità, senza aspettative e senza progetti futuri. Quello che deve arrivare, arriverà.
Come riesce a conciliare sport e università?
Diciamo che è complicato, però è altrettanto bello poter staccare. Nel momento in cui un allenamento può essere andato bene o male, torni a casa e sai che devi studiare, metterti ad aspettare una lezione e pensare ad altro. È stressante, ma rappresenta anche un modo per staccare dalla vita dell’atleta, in cui devi riposare, mangiare bene, dormire e cercare di rendere sempre al massimo. L’università è un modo per svagarsi e dedicarsi ad altro.
Guardando la stagione in corso, l’obiettivo sono i Mondiali?
Sì, sicuramente l’obiettivo finale sono i Mondiali, che si svolgeranno a Seul nel mese di marzo, una località che mi piace. L’obiettivo c’è, però ripeto: sto affrontando tutto con molta lucidità e tranquillità. Se arriverò nelle condizioni giuste, se starò bene e avrò voglia di gareggiare, lo farò. Se invece non mi sentirò all’altezza o non sarò in forma, magari non gareggerò. Sto davvero affrontando i vari blocchi di gare uno alla volta.
Arianna Fontana ha rappresentato per lei un esempio da seguire?
Sì, è sicuramente una grandissima atleta e c’è tanto da imparare da lei. Ha fatto la storia del nostro sport. Ovviamente mi sarebbe piaciuto allenarmi di più insieme a lei, ma non si è allenata così tanto con noi perché ha svolto parte della preparazione in Canada e voleva provare anche la pista lunga. Sicuramente ha fatto la storia ed è una grandissima atleta: c’è sempre da imparare da lei. Ho la fortuna di essere in una squadra piena di campioni, come Pietro e Sighel. Lo si è visto anche alle Olimpiadi, dove nella staffetta mista hanno vinto l’oro. Ovviamente una squadra non è composta soltanto dai singoli atleti, ma da tante persone, comprese quelle che magari non vediamo direttamente in gara.
Quale sogno le piacerebbe realizzare in futuro?
Mi piacerebbe partecipare alle Olimpiadi, questo è poco ma sicuro. Però sono sempre più convinta che, se non sei sereno e felice, raggiungere determinati traguardi, obiettivi e sogni non sia poi così gratificante. Il mio sogno è ritrovare un po’ di passione e di amore per questo sport. Poi penso che tutto il resto arriverà.
