La «canicule» è una delle caratteristiche più note dell’estate francese. Sole che spacca le pietre e che letteralmente fa sciogliere l’asfalto, livelli di umidità altissimi, possibilità di mantenere la temperatura in maniera accettabile anche all’ombra quasi un’impresa impossibile.
Eppure il 17 luglio 1975 la «canicule» è l’ultimo dei problemi di Eddy Merckx. Cinque giorni prima, salendo sul Puy de Dôme, uno spettatore gli ha rifilato un pugno al fegato. L’inizio di una crisi che rimarrà nella storia, emersa in tutto il suo carico il giorno successivo nella tappa con arrivo a Pra Loup dove «Il Cannibale» deve cedere la maglia gialla all’idolo di casa Bernard Thevenet.
Quando si arriva alla diciannovesima frazione, con traguardo posto a Chalon-sur-Saône, sa già qual è il suo destino. Le possibilità di vincere il sesto Tour della carriera sono praticamente nulle, provare a riscattarsi e portare a casa quella verde ci sono ancora.
Per questo, a fronte di una giornata soleggiata e decisamente troppo calda per combattere, Merckx decide di salvarsi provando a resistere sui primi gran premi della montagna. Un dolore alla spalla sinistra lo attanaglia, ma un’iniezione di novocaina, somministratagli dal medico di corsa, lo rimette in carreggiata.
Deciso a dimostrare chi è il più grande campione di tutti i tempi, il belga mette alla frustra la sua squadra non appena si entra nel circuito finale. La Molteni trascina il gruppo, almeno fino a quattrocento metri dall’arrivo quando Eddy parte e prova a sorprendere tutti gli altri. Lo scatto non è più quello dei tempi migliori, così Rik Van Linden lo supera facendosi strada in mezzo al gruppo e regala la vittoria alla Bianchi.
Seconda piazza per il francese Robert Mintkiewicz (Gitane) davanti al britannico Barry Hoban (Gan-Mercier) che, con una bella smanacciata, mette fuori gioco Francesco Moser (Filotex). Merckx è sesto, avvilito e spento, ormai deciso a tener duro sino a Parigi per passare definitivamente l’eredità a Thevenet.
