Risolta la questione del nuovo c.t. dell’Italia, con la scelta di Roberto Mancini dopo la lunga farsa di offerte, controfferte e retromarce da mercato del pesce, vale la pena riconsiderare una delle proposte che erano venute fuori in questo travagliato cammino, quella di Silvio Baldini, attuale c.t. dell’Under 21. Non si tratta di una analisi di rimpianti e cose del genere, ma di capire bene quale sia, in Italia, il modo di ragionare da parte di tutti, dai responsabili della Federazione ai mezzi di informazione fino ai semplici tifosi.
Per farlo, bisogna prima andare all’estero e alle reazioni che ci sono state per la vittoria della Spagna al Mondiale da poco concluso. L’argomento più dibattuto e portato a esempio di come si possa essere lungimiranti è stato quello riguardante la scelta della Federazione spagnola di affidare la nazionale maggiore a un tecnico, Luis De la Fuente, senza un grande passato di allenatore di club, anzi, diciamo pure insignificante agli occhi di chi deve scegliere la guida di una nazionale con grandi tradizioni come la Spagna: Portugalete e Aurrerà Vittoria in quinta serie, giovanili del Siviglia e dell’Athletic Bilbao, poi tre anni in serie B, due col Bilbao Athletic (squadra giovanile dell’Athletic club) e uno con l’Alaves, da cui viene esonerato.
Nel 2013, però, la svolta. Comincia la carriera con le giovanili della Federazione spagnola. Poco alla volta, ecco la scalata: nel 2015 allena l’Under 19 e vince l’oro nell’Europeo; nel 2018 con l’Under 18 vince l’oro ai Giochi del Mediterraneo e diventa c.t. dell’Under 21 che porta alla vittoria, nel 2019, nell’Europeo; nel 2021 guida la Nazionale olimpica ed è argento ai Giochi di Tokyo. L’8 dicembre 2022 diventa c.t. della Spagna dopo l’esonero di Luis Enrique, seguito alla sconfitta col Marocco negli ottavi del Mondiale.
Con la Spagna è subito età dell’oro: vince la Nations League nel 2023, l’Europeo nel 2024, poi l’argento nella Nations League 2025 e infine il Mondiale nel 2026. Con quest’ultimo successo, per sovrammercato, la Spagna di De la Fuente stabilisce il record di risultati utili consecutivi per una squadra nazionale, 38, superando l’Italia che ne aveva ottenuti 37 dal 2018 al 2021. La stampa mondiale ha esaltato l’opera di De la Fuente e ha messo in risalto una importante caratteristica dei vincitori del Mondiale: i giocatori spagnoli sono stati cresciuti quasi tutti da De la Fuente nelle nazionali giovanili fino ad arrivare alla prima squadra. Il tecnico ha così creato un gruppo compatto, in grado di giocare a memoria e nello stesso tempo di avere uno spirito di squadra costruito in tanti anni e diventato molto più che una semplice questione di intesa sul campo, ma di vera amicizia, di sacrificio condiviso.
Tanto per avere più chiaro il quadro, ecco alcuni giocatori che hanno vinto con lui sin dalle giovanili e poi trionfato al Mondiale negli Stati Uniti: Rodri, il portiere Unai Simón, Dani Olmo, Fabián Ruiz, Mikel Oyarzabal, Mikel Merino, Marc Cucurella. Così, ecco gli elogi, l’ammirazione, la riflessione sul fatto che questa è una strada da seguire. E anche in Italia, fra dirigenti, giornalisti e tifosi è una corsa a esaltare la via spagnola. A questo punto, qualcuno si azzarda anche a dire che, volendo, si potrebbe puntare su Silvio Baldini, il c.t. dell’Under 21, per ricostruire una nazionale allo sfascio dopo tre consecutive mancate qualificazioni ai Mondiali. Proposte del genere però, in Italia, vanno sempre a frantumarsi contro “i paladini della realtà”, quelli che riconoscono quanto sono belli e vincenti i sogni degli altri, ma al momento decisivo tornano all’ovile del “nome collaudato”, del tecnico introdotto nell’ambiente, dell’amico portato avanti da questa o quella fazione, da questo o quel mezzo di informazione a seconda di relazioni particolari. Insomma, mica si può prendere Baldini come c.t., in Italia, è il modo di pensare imposto dall’alto, “non è possibile”.
Eppure, se si va a guardare bene la storia, qualcosa del genere, proprio in Italia, è già successo, un cammino simile a quello di De la Fuente, sia pure senza il trionfo finale, ma con l’impostazione di una nazionale molto forte, è stato già realizzato. E’ accaduto quarant’anni fa, protagonista è stato un allenatore, anche lui come De la Fuente, quasi senza esperienza di club, l’inizio in Federazione con le giovanili fino alla prima squadra: Azeglio Vicini. E i nomi che subito viene naturale associare a lui sono illustri: cresciuti nelle giovanili Franco Baresi, Vialli, Mancini, Maldini, Zenga, Giannini, Bergomi, o portati in prima squadra come Baggio e Schillaci.
Magari, si può contestare il fatto che quella fu una generazione di grandi campioni, vero, ma furono tutti notati da Vicini, portati in nazionale e fatti crescere come squadra fino ai massimi livelli. E quante altre volte abbiamo assistito a squadre cha hanno fallito pur avendo individualità notevoli? E quante volte abbiamo visto potenziali campioni che si sono persi, che non sono riusciti a realizzare il loro talento? La differenza la fa l’allenatore, a maggior ragione quando li prende da ragazzi e li accompagna nella crescita.
Vicini ha dimostrato che anche in Italia è possibile attuare una politica di questo genere. Come tecnico di club, prima di entrare in Federazione, ha allenato soltanto il Brescia in A, campionato chiuso con la retrocessione. Il modo peggiore per presentarsi, ma i dirigenti federali riescono a vedere in lui qualcos’altro e nel 1968 lo prendono nel Settore tecnico. Deve aspettare cinque anni per avere la responsabilità di una squadra, è l’Under 23, poi gli tocca l’Under 21, con cui arriva ai quarti di finale dell’Europeo nel 1978, 1980 e 1982, in semifinale nel 1984 e in finale nel 1986. La perde con la Spagna ai rigori, con questa formazione:
Zenga, Ferri, Baroni, De Napoli, Francini, Cravero, Donadoni, Giannini, Vialli, Matteoli, Mancini. In panchina: Lorieri (P), Carobbi, Desideri, Maldini, Comi.
L’indicazione è già molto chiara, sono nomi che hanno un significato speciale nella storia del calcio italiano. In quell’anno, Vicini sostituisce Bearzot alla guida della nazionale maggiore. All’Europeo 1988 perde in semifinale con l’Urss, dopo aver già impostato la squadra per il Mondiale 1990 in Italia, promuovendo i giovani dell’Under 21, richiamando Franco Baresi, che era assente da due anni, e facendo esordire Baggio e Schillaci. Era nata l’Italia che fece entusiasmare, con risultati e bel gioco, sia pure senza frenetici eccessi in attacco. E’ l’Italia che arriva in semifinale e perde con l’Argentina di Maradona, ai rigori, dopo essere andata in vantaggio e poi regalato il pareggio con un errore difensivo, comunque tenendo testa alla squadra campione in carica. C’è poi la vittoria con l’Inghilterra per il terzo posto, ma ormai il sogno si è infranto.
Ciò nonostante, il valore di quella squadra e del lavoro fatto da Vicini rimane importante e unico nel calcio italiano, proprio per il significato che ha assunto, con la valorizzazione dei giovani dell’Under 21, mai così tanti, tutti in una volta, saliti in prima squadra confermando l’ossatura delle giovanili. Ce ne si può rendere conto ancora di più osservando la formazione della partita con l’Argentina, e l’organico completo della squadra, e quella già citata dell’argento europeo Under 21.
Contro l’Argentina nella semifinale mondiale: Zenga, Baresi, Ferri, Maldini, De Agostini, Bergomi, De Napoli, Donadoni, Giannini, Schillaci, Vialli.
Completavano l’organico: Tacconi, Pagliuca, Ferrara, Vierchowod, Marocchi, Berti, Ancelotti, Baggio, Mancini, Carnevale, Serena.
Di questi 30 giocatori (finale Europeo Under 21 e semifinale Mondiale) ben 21 hanno cominciato a giocare con Vicini nelle nazionali giovanili. Degli altri nove, soltanto Vierchowod e Serena non sono stati convocati da Vicini per la prima volta nella nazionale maggiore; sei (Baggio, Schillaci, De Agostini, Tacconi, Pagliuca, Carnevale) hanno giocato nelle giovanili con altri tecnici, ma sono stati chiamati per la prima volta nella nazionale maggiore da Vicini; l’ultimo, Marocchi, è stato convocato da Vicini in prima squadra senza aver giocato nelle giovanili.
E’ la dimostrazione più chiara di come Vicini abbia rappresentato per l’Italia una “primavera” che non c’era mai stata prima e che non c’è stata dopo. Certo, non totalmente compiuta, interrotta subito dopo, con la scelta di Arrigo Sacchi da parte del presidente federale Antonio Matarrese, ma ugualmente capace di suscitare emozioni e gioia, di realizzare un bel gioco, di ottenere risultati con la sfrontatezza e l’entusiasmo dei giovani.
Si torna così ai nostri giorni, all’idea di una ricostruzione affidata allo stesso sistema che l’ex “sconosciuto” De la Fuente ha dimostrato essere vincente, dalle giovanili alla prima squadra, sepolta però dall’ipocrisia e dai giochi di potere di chi non si affida ai sogni e al “poco popolare” Silvio Baldini con i suoi giovani, ma alle “solide realtà” che sono state il preludio ad altrettante catastrofi sportive. L’unica avvertenza che si può dare è di non prestare orecchio alle spiegazioni ufficiali di queste scelte, in base alle quali, in Italia la situazione è diversa dalla Spagna, che qui “non è possibile” affidarsi a quello stesso modo di costruire una nazionale vittoriosa. No, meglio non prendersi in giro: quando si fanno queste scelte, non significa che altre non si possono fare, significa che non si vogliono fare.
