Verbania dovrebbe rappresentare il “redde rationem” del Giro d’Italia 1992. La città piemontese dovrebbe ospitare la tappa più difficile della Corsa Rosa, tuttavia il “ciclone” Miguel Indurain (Banesto) spazza via tutto, così quando si arriva il 12 giugno sul Lago Maggiore tutti sono stanchi. A partire da Claudio Chiappucci (Carrera) che ci ha provato più volte, ma pensando alla cronometro finale di Milano con sessantasei chilometri diventa impossibile battere il navarro sul suo terreno.
Chi forse vuol provare a reagire è Franco Chioccioli (GB-MG) che il giorno prima a Pila è tornato a ruggire. “Coppino” è tornato sul podio provvisorio del Giro e ha ancora intenzione di provare quella tappa che gli è sfuggita già più volte in questa edizione.
Nelle prime fasi però è il danese Bjarne Rijs (Ceramiche Ariostea) a prendere il largo superando le prime asperità che vedono il passaggio su Croce Serra, Petinengo e la Colma prima di lanciarsi verso il grande spauracchio di questo Giro, l’Alpe Segletta. Proprio quando le asperità diventano più ardue, Rijs crolla di schianto lasciando spazio ai big.
Chioccioli appare il più combattivo, ma Indurain è guardingo, sa che il toscano è pronto a partire e così gli tarpa immediatamente le ali, spegnendo così ogni velleità di attacco. Chioccioli ci riprova, ma con meno intensità e così lo spagnolo ha gioco facile portandosi dietro Chiappucci. I tre affrontano la discesa da soli dove alle spalle si pongono il colombiano Luis Herrera (Postobón) e Massimiliano Lelli (Ceramiche Ariostea).
Quest’ultimo stacca l’avversario sudamericano e raggiunge i battistrada mettendosi in coda con l’obiettivo di imporsi in volata. Lelli però paga un po’ d’inesperienza e alla fine deve inchinarsi a Chioccioli che, con un pizzico di furbizia, anticipa Chiappucci e Lelli. Indurain nicchia, però sa che il Giro è ormai è suo perché batterlo diventa ormai impossibile a due tappe dalla conclusione e così la Corsa Rosa torna a parlare spagnolo.
